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Il Ruolo Terapeutico, 2015, 130: 63-85 Perché l'aggressività? Sintesi di alcune ipotesi psicoanalitiche da Freud a oggi Condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane Il Dipartimento di Salute Mentale dell'ASL 13 di Ascoli Piceno, guidato da Giorgio Mariani, ha la tradizione di organizzare dal 2000 nel maggio di ogni anno le "Giornate Psichiatriche Ascolane", un interessante convegno in cui vengono affrontate diverse tematiche.

La relazione che fui invitato a presentare si intitolava "Perché l'emozione aggressiva? Sintesi di alcune ipotesi psicoanalitiche da Freud a oggi". Riporto in questa mia rubrica una versione di quella mia relazione, pensando che possa interessare ai lettori.

Since the announcement of the pregnancy, the woman starts a journey, looking for a new definition of herself, until it reaches a point where she owns her new role and identity as a mother.

If the woman avoids to face these aspects, these conflicts and ambivalences can result in typical pregnancy symptoms, like vomit, diarrhea and constipation. The whole maternal experience is also characterized by the childhood relations of the offspring with the main figures in their life, particularly with the mother. In questo senso, anche il comportamento sociale e individuale è soggetto alle leggi della selezione naturale e dell adattamento, che fanno prevalere le variazioni più favorevoli alla sopravvivenza e alla conservazione della specie: se ci sono comportamenti istintuali da lunga data, come l aggressività appunto, è perché si sono rivelati adattivi.

L approccio etologico, infatti, attribuisce all aggressività una funzione di difesa, di procacciamento del cibo, di conquista e protezione del territorio, di mantenimento e acquisizione del rango all interno del gruppo, di ricerca del partner, di selezione dei soggetti più forti.

Tesi di Laurea su ADHD

Sotto questo punto di vista, l aggressività è un istinto utile alla sopravvivenza della specie e dell individuo 11. Gli autori che appartengono a questo approccio, domandandosi quali siano le origini e le cause dell aggressività, propongono una gamma di risposte, anche se modulate entro i diversi metodi e paradigmi, analoghe a quelle che possiamo riscontrare nei seguenti approcci comportamentisti e psicodinamici. Infatti, il prevalente innatismo nella spiegazione del comportamento non toglie che tra gli etologi e gli antropologi vi sia chi insiste sulle circostanze ambientali, quanto alla genesi dell aggressività, e sulle componenti reattive, quanto al suo innesco, fino a negare che vi sia propriamente un istinto aggressivo che presiede ad ogni fenomeno di aggressione 12.

Lorenz 1976 13, sostiene che gli istinti, intesi come impulsi e schemi di comportamento ereditari e non appresi, sono in grado di scatenarsi anche in assenza di stimoli esterni, in seguito ad un accumulo di energia che scatena la reazione.

Interessante è la distinzione, proposta dall autore, tra l aggressività del predatore, che assale individui di altre specie aggressività interspecifica, e quella tra individui della stessa specie aggressività intraspecifica. All aggressività intraspecifica 11 G. Lorenz, 1976, L aggressività, Milano: Il Saggiatore 15 appartiene tipicamente quella per l accoppiamento e quella per la gerarchia del branco, mentre quella interspecifica si manifesta nelle varie forme di attacco e difesa.

Nella tradizione etologica, dove domina storicamente la figura di Lorenz, risulta prevalente l idea di una origine istintiva dell aggressività negli animali e nell uomo, alla quale si collegherebbe l idea di un suo necessario esercizio o di una sua scarica.

Ardrey 1961, 1966 14, a proposito, ritiene che l uomo sia dominato da immutati e incoercibili istinti come quelli dei nostri antenati scimmieschi: l aggressività nella forma di cruda aggressione intraspecifica assassinio è connaturata nell uomo, in quanto geneticamente ereditata da ominidi che si sono evoluti proprio grazie alla loro attitudine all uso delle armi per l aggressione predatoria.

L inquietante conseguenza è quella in base alla quale l aggressività bellicosa non va tenuta a bada per garantire la specie umana, ma anzi, è necessaria al suo sviluppo. Eibl-Eibesfeltd 1979 15, in accordo con le tesi di Lorenz, distingue l istinto dal semplice impulso o spinta. L impulso è un meccanismo motivante, che spinge dall interno dell organismo e richiede un azione risolutiva.

L istinto appare invece un programma o un modulo comportamentale a disposizione dell individuo che, una volta innescatesi in certe condizioni scatenanti, prevede sequenze d azione prefissate, è preformato, nel senso che fin dalla prima esecuzione si manifesta nella sua forma completa e definitiva.

Infine, l esecuzione è piuttosto rigida, stereotipata, piegandosi scarsamente alla variazione delle circostanze ambientali. Con queste caratteristiche l istinto è sicuramente innato, ereditato e selezionato dall evoluzione. Il comportamento aggressivo dell animale segue questi criteri, perché presieduto da un istinto, cioè uno specifico programma che spiega come mai certi comportamenti, anche complessi, vengano attivati correttamente anche da animali isolati.

La questione, secondo Fornaro 2004 16 si complica nel caso dell uomo. Non c è dubbio che ci siano spinte e motivazioni nella direzione di certi comportamenti aggressivi, come: la caccia e l uccisione di animali per fini alimentari, i conflitti per il territorio, per l accaparramento di beni, le contese per l accoppiamento o per la gerarchia nel gruppo. Ma che la loro esecuzione sia dettata totalmente da programmi 14 M. Fornaro, 2004, Aggressività, Torino: Centro Scientifico Editore 16 filogenetici, preformati e rigidi, come sono gli istinti, è molto improbabile.

Infatti non possiamo dimenticare come, per gli esseri umani, il peso dell apprendimento e della cultura nell esecuzione di questi comportamenti sia molto importante. A questo punto, il perno della discussione tra chi propende per una soluzione più istintivista o per una più ambientalista-culturalista, sta nella valutazione del peso che i fattori genetici esercitano sul comportamento individuale: se siano determinanti, nel senso di fornire una rigida sequenza comportamentale, o se invece solo predisponenti, nel senso di fornire l innesco di un certo comportamento a fronte di un dato stimolo, o nel senso di preorientare modalità e sequenze di esecuzione.

Le tesi di Leakey e Lewin 1977 17 tendono verso questa direzione. Il comportamento umano e quello aggressivo, è adatto e adattabile alle condizioni ambientali, tra le quali spiccano le esigenze e le caratteristiche della vita associata: non esistono azioni in tutto e per tutto biologicamente determinate, ma solo culturalmente rimodellate.

La tesi opposta è sostenuta da Wilson 1975 18: ogni comportamento, anche quello aggressivo, ha una fondazione rigorosamente genetica. Il patrimonio genetico offre, ad ogni specie, un ventaglio di possibilità: la risposta aggressiva è quella più conveniente in certe situazioni. L aggressività è innata nel senso che sono iscritti certi programmi comportamentali, ma la loro esecuzione non è necessaria o univoca: data una situazione stimolo, dato il patrimonio istintuale specie-specifico, non sempre l esecuzione è prevedibile.

Le predisposizioni istintuali non tolgono spazio alla variabilità comportamentale indotta dalle circostanze ambientali. Secondo questi approcci, la genesi dell aggressività è da rintracciare in fattori ambientali o sociali, mentre è stato ridotto al minimo il ricorso a pulsioni e istinti, perché ritenuti inosservabili o perché difficile intervenire su di essi.

Infatti, è prevalso il modello di funzionamento mentale secondo S-R stimolo-risposta, in base al quale, qualunque comportamento non è altro che una risposta a stimoli prevalentemente esterni. L enfasi sul fattore ambientale, inteso come primario, se non esclusivo, si riscontra sia nell ambito della psicologia comportamentista, sia nell ambito degli studi della psicologia dell apprendimento e delle motivazioni e anche nella psicologia sociale.

Se poi l ambiente influente è normalmente definito dalla pratica educativa e dalle relazioni sociali, ne consegue la fiducia, da parte dei sostenitori di queste teorie, che un diverso ambiente, modificato con opportune tecniche educative, sociali e politiche, possa eliminare le espressioni disfunzionali e pericolose dell aggressività.

I classici metodi per lo studio dell aggressività con animali, prevedevano tecniche di condizionamento, come l associazione ripetuta di uno stimolo neutro che poi diventa condizionato a uno stimolo che suscita di per sé una risposta rabbiosa come una scossa elettrica, e tecniche di rinforzo positivo o negativo, con cui si premia o si punisce l espressione, anche casuale, di un comportamento aggressivo.

Esperimenti sul primo tipo di condizionamento sono stati condotti anche da Pavlov 19, padre della riflessologia russa. Nei suoi esperimenti emerge un aspetto interessante dell aggressività: la sua modellabilità di risposta in funzione della prevalenza di una spinta primaria per la sopravvivenza, come, ad esempio, quella alimentare.

L espressione più rigorosa della posizione comportamentista si ha con Skinner 20 e la sua teoria dell apprendimento per rinforzo, in base alla quale l aggressività viene 19 M.

Dollard e Miller 21 pubblicarono, nel 1939, Frustrazione e aggressività, un opera che costituisce una pietra miliare negli studi sull aggressività. Secondo questi autori, la frustrazione è la condizione necessaria e sufficiente per la genesi dell aggressività. Questa ipotesi unisce l approccio S-R, per cui l aggressività nasce in risposta ad una situazione esterna avversa, con la supposizione di una pulsione aggressiva, che la frustrazione attiverebbe.

Propriamente non si tratta di un istinto che cresce e vuole una scarica, ma di una spinta reattiva che, nata dall interno, si pone tra stimolo e risposta ed è volta a eliminare la fonte della frustrazione, cioè l ostacolo che ha impedito all organismo il conseguimento di un proprio scopo.

Dollard e Miller, hanno introdotto tra S e R una variabile motivazionale, di matrice endogena, precorritrice di futuri sviluppi, mentre Skinner ha continuato a vedere una meccanica di contingenze esterne e di rinforzi altrettanto esterni. Sears e Miller 1941 22 hanno apportato ulteriori e importanti modifiche alla concezione teorica iniziale di Dollard: l aggressività è solo una delle possibili risposte alla frustrazione, ma sicuramente, essendo ordinate gerarchicamente in base alle condizioni ambientali, ne rappresenta il vertice.

I primi studi sull aggressività in gruppi umani sono stati condotti intorno agli anni Trenta da Lewin 23. Rifiutando sostanzialmente lo schema esplicativo S-R e l idea dell apprendimento del comportamento per semplice associazione, Lewin insiste sul potere determinante del gruppo, inteso come un campo in cui l individuo opera.

Le caratteristiche comportamentali della singola persona si plasmano in funzione dell assetto complessivo del gruppo, il quale le modifica rispetto a quelle che la stessa 21 J. Fornaro, 2004, Aggressività, Torino: Centro Scientifico Editore 19 persona avrebbe in un altro contesto.

Per questo motivo, gli studi di questo autore vengono considerati al di fuori dell area comportamentista, ma più propriamente nell ambito della psicologia sociale.

In base a queste premesse, interpreta il diverso comportamento del gruppo e delle singole persone dal complessivo clima relazionale tra i membri, il quale, a sua volta, viene creato dal diverso stile di leadership autoritario, democratico, lassista.

Per Lewin, quindi, l atmosfera di gruppo in particolare autoritaria è decisiva per l induzione del comportamento aggressivo delle singole persone, come effetto pressoché immediato delle forze interagenti nel campogruppo, piuttosto che la diretta influenza modellatrice del leader o le caratteristiche pregresse dei singoli. Milgram 1974 24 ha condotto delle interessanti ricerche sul rapporto tra aggressività e obbedienza.

La grande maggioranza delle persone che partecipavano ai suoi esperimenti, pur ritenendo di procurare intenso dolore alla vittima, somministrava scosse molto forti dietro ordine dello sperimentatore. Questi casi andrebbero a confermare l ipotesi dell aggressività facile, che si manifesta quando se ne delega la responsabilità all autorità, alla struttura organizzativa. In questo caso le cause dell aggressività facile sono fatte risalire alla soggezione verso le figure e le organizzazioni autorevoli della società.

Nella fase di passaggio dal comportamentismo al cognitivismo, la tesi di Dollard della frustrazione-aggressione, anche se contestata, rimane un punto di partenza importante. Se la frustrazione è accettata come uno dei fattori in grado di innescare una risposta aggressiva, le ricerche si muovono nella direzione di indagare le variabili esterne e poi anche interne dell individuo che intervengono nell indirizzare l effettiva risposta.

Inizialmente prevalgono le risposte che insistono sulle variabili ambientali: la paura della punizione, l indisponibilità dell agente frustrante come bersaglio dell atto, sopprimono la risposta aggressiva o la deviano su un altro oggetto viceversa, suggerimenti che evocano aggressività, come l esposizione ad un arma, incrementano la probabilità di emissione di risposte aggressive a parità di situazione frustrante 25. Fornaro, 2004, Aggressività, Torino: Centro Scientifico Editore 20 a negando il primato della spinta reattiva nel promuovere l aggressività intesa come pulsione che cresce e deve in qualche modo scaricarsi, a favore di situazioni circostanziali che orientano la risposta alla frustrazione, innescando eventualmente un comportamento aggressivo b insistendo sul ruolo di mediatore dei fattori cognitivi o interni, nella valutazione sia della sensazione o emozione spiacevole, sia della situazione esterna.

Questi sviluppi non rompono ancora con lo schema generale S-R, per cui l aggressione è comunque una risposta a certe situazioni stimolo e non un autonoma e originale iniziativa della persona. Tuttavia, l idea di una valutazione cognitiva che modula la risposta, porta la teoria in una direzione che va oltre al modello comportamentista.

Gli studi di Berkowitz e Bandura, sono un esempio del generale passaggio al modello cognitivista e dei suoi sviluppi 26. Secondo questo approccio, si pone attenzione al ruolo che assume la valutazione cognitiva dello stesso stimolo attivante, interno o esterno all organismo. Per esempio, secondo la teoria dell attribuzione cognitiva dell attivazione fisiologica Zillmann, 1979 27, la risposta aggressiva dipende da come una data reazione fisiologica, suscitata nell organismo da uno stimolo spiacevole, è classificata e compresa dal soggetto.

A sostegno di questa tesi possiamo ricordare gli studi di Schachter e Singer 1962 28, in cui l attivazione fisiologica non determina la stessa risposta emotiva, perché l emozione espressa e il conseguente comportamento, dipendono dagli elementi cognitivi a disposizione del soggetto e dalla relazione in cui si trova.

Risulta infatti che la risposta aggressiva è doppiamente funzionale: all intensità dell attivazione somatica e all interpretazione di natura cognitiva della situazione. Si parla di conflitti, di delinquenza minorile, di maltrattamenti a donne e bambini, di stupri, di omicidi brutali e raccapriccianti, rendendo sinonimi termini come rabbia, aggressività, crudeltà.

La cultura comune porta ad intendere intuitivamente, cosa sia un comportamento aggressivo.

Maternità e gravidanza. Analisi psicodinamica dell'esperienza procreativa

Nel campo scientifico i tentativi di definirlo e di darne una spiegazione sono stati molteplici e controversi, dal momento che il concetto stesso di aggressività varia a seconda che venga considerata un istinto, un emozione reattiva ad un evento stressante o frustrante. Viene condotto con lo scopo di difendere o preservare l integrità fisica o psicologica di sé, o del proprio gruppo, o al fine di affermare la supremazia fisica o psicologica propria, o del proprio gruppo Fornaro, 2004 1.

Anche Hinde 1974 2 ed altri autori, definiscono l aggressività come la tendenza, presente sia nell uomo che nell animale, a manifestare un comportamento finalizzato a combattere qualsiasi fenomeno minacci l integrità dell organismo, anche nell eventualità di provocare un danno agli altri.

Quindi, la persona è aggressiva solo quando, in seguito ad una valutazione della situazione, si sente minacciata nella propria sicurezza. In una accezione più vasta, il termine aggressivo serve per descrivere il comportamento con il quale gli individui perseguono attivamente i loro interessi gli uni 1 M. Foggio, 2002, Psicosociologia del disagio e della devianza giovanile, Roma: Laurus Robuffo 9 contro gli altri nella società. Mentre altri termini, come violenza e crudeltà, pur indicando anch essi comportamenti finalizzati a causare danno, sono permeati di un significato ostile.

In effetti, se la violenza richiama l uso della forza, il ricorso alla costrizione, fisica o morale, allora il suo movente intimo e la propensione ad essa possono correttamente essere detti aggressività o comportamento aggressivo. D altra parte, la pulsione aggressiva è considerata, nell accezione etologica, un elemento primario per garantire la sopravvivenza dell individuo e della specie e parliamo di aggressività anche quando ci riferiamo all impeto, alla spinta volitiva o alla competizione presenti in un attività produttiva, in un impresa scientifica, sportiva o artistica che comporta una sfida a se stessi e agli altri.

L aggressività non ha un significato intrinseco di patologia. Ad esempio, ha un significato adattivo quando la persona riesce ad esercitare un controllo efficace sulle proprie tendenze aggressive, ma diventa patologica quando si manifesta senza un preciso scopo, in maniera irrazionale, esplosiva, violenta, causando danni a se stessi e agli altri.

In questo caso, la persona non riesce più a controllarla, modularla, adeguarla alle situazioni, a sublimarla in attività creative, assume aspetti di stereotipia o impulsività, irrazionalità ed è agita in azioni potenzialmente criminali e spesso senza un fine specifico. Quando assume queste caratteristiche, l aggressività rappresenta una modalità di rapporto con il mondo che si traduce in una limitazione, in una interferenza disadattiva nella vita sociale, lavorativa ed affettiva, che spesso determina l isolamento ed il fallimento dell esistenza della persona.

Quando invece la persona rivolge verso se stessa la propria aggressività, diventandone il bersaglio, parliamo di aggressività autodiretta, e si attua con condotte come le automutilazioni, i tentativi di suicidio e il suicidio stesso.

Quest ultima è considerata come un comportamento cronico di danneggiamento tissutale priva di intenzione di morte. Nel differenziare i comportamenti suicidari e quelli automutilanti, che possiedono in comune un substrato di aggressività e spesso sono in comorbilità fra di loro, individua nella condotta automutilante un atto teso al sollievo, ma non alla morte, espressione di aggressività cronica e non transitoria. Non sempre la distinzione tra aggressività eterodiretta e autodiretta è evidente.

Spesso coesistono nella stessa persona condotte auto ed eteroaggressive, sentimenti di ostilità e rancore che vengono rivolti verso se stessi. La condotta tossicomanica avrebbe il significato di un microsuicidio, di un suicidio cronico e strisciante. L interesse per questa relazione è continuato nel tempo con metodologie di studio eterogenee e diversificate.

Più recentemente, numerosi ricercatori hanno ipotizzato l esistenza di un fattore comune tra le condotte auto ed eteroaggressive, rappresentato dalla riduzione del controllo degli impulsi e della aggressività. Questa ipotesi è sostenuta non solo da psicologi e psicoanalisti, ma anche dagli autori di studi neurobiologici Van Praag, 1991, clinici Pilowsky e Spence, 1975 Tardiff, 1980 e psicometrici Plutchik, 1990 7.

In particolare, in campo biologico, sulla base di numerosi studi, viene associato a condotte auto ed eteroaggressive l alterazione di alcuni sistemi neurotrasmettitoriali, come la riduzione dell attività serotoninergica.

Di Fiorino, 1997, L aggressività, aspetti clinici, Lucca: Psichiatria e territorio 11 Le osservazioni cliniche, inoltre, hanno ripetutamente confermato che nelle anamnesi dei pazienti con condotte suicidarie, vi sono storie di sentimenti e comportamenti aggressivi e violenti Jamison, 1987 8.

Nelle storie di persone con condotte autolesive possiamo rintracciare: irritabilità, temperamento violento, frequenti violenze fisiche e risse, comportamenti impulsivi e impulsività manifestata attraverso comportamenti sociopatici come i conflitti con l autorità.

Questo modello empirico, descritto per la prima volta da Smith 9, è uno schema pratico che suddivide ogni singolo episodio in fasi successive, individuando gli approcci prioritari e gli interventi efficaci per ciascuna di esse.

Il ciclo inizia con un primo scostamento dalla linea basale psicoemotiva dello stato stazionario. Si parla di un attivazione psicofisiologica arousal che investe la persona, determinando un attivazione psicomotoria caratterizzata da cambiamenti emotivi, fisici e psicologici.

I tipici fattori scatenanti possono essere: l intensificazione di una stimolazione avversativa, la disinibizione indotta da sostanze, la percezione di mancanza di alternative, la presenza di fattori di provocazione veri o presunti, come insulti o derisioni, l esperienza di fattori stressanti maggiori, come recenti perdite, eventi catastrofici. Durante la fase del trigger, l intervento d elezione è diretto al riconoscimento del fattore scatenante e alla sua rimozione.

E contraddistinta da un ulteriore deviazione dalla linea basale psicoemotiva. A questo punto, le probabilità di evitare un comportamento aggressivo dipendono dalla tempestività degli interventi, volti alla riduzione progressiva della posizione violenta assunta dalla persona. Questa è la fase di massimo eccitamento e di massima distanza dalla linea basale psicoemotiva. Da questa posizione, la persona, se non 8 A.

Se l aggressione viene portata a termine, è il momento della gratificazione, sia per la conseguente diminuzione dello stato di arousal, sia per la comparsa di elementi valutativi che inducono ad un rinforzo, almeno temporaneo, dell autostima.

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E caratterizzata dal graduale ritorno alla linea basale psicoemotiva, ma da un livello di arousal ancora elevato e potenzialmente recettivo nei confronti di nuovi fattori scatenanti. Nell autore della violenza compaiono emozioni negative, legate a sentimenti di colpa, vergogna o rimorso.

Si stabilisce una recettività per interventi di carattere psicologico volti all elaborazione dell evento che si è verificato. Le prime due fasi, che costituiscono la preaggressione, sono caratterizzate dalla comparsa, come segni prodromici, di manifestazioni comportamentali di tensione e irrequietezza. In un ambito clinico, questi segnali dovrebbero suscitare allarme e preoccupazione negli operatori presenti, che dovrebbero effettuare una rapida diagnosi della situazione, in modo da orientare le decisioni successive.

Nella diagnosi situazionale assumono un ruolo di rilievo la diagnosi clinica della persona, l assunzione di sostanze alcoliche o stupefacenti, i precedenti comportamenti aggressivi. Inoltre, altrettanto importanti sono considerati i correlati verbali e non verbali dell aggressività, che sono indicativi dello stato di tensione che prelude all azione violenta.

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Riassumendo, in un ambito clinico, la valutazione dell aggressività deve essere compiuta a parte e indipendentemente dal procedimento diagnostico della persona, e consiste nell approfondimento delle condizioni di rischio per il ripetersi di nuovi atti di violenza. A questo proposito sarà necessario fare attenzione a fattori clinici diagnosi, dipendenza da sostanze, fattori personologici modalità di interazione con le altre 13 persone, fattori sociali e ambientali associati all episodio e alle caratteristiche della vittima.

Nella ricerca delle cause che generano un comportamento aggressivo possiamo considerare l approccio etologico e antropologico, che fa riferimento alle teorie evoluzionistiche, e quello più prettamente psicologico, in cui abbiamo un panorama molto variegato: da una parte possiamo raggruppare tutti quegli studi condotti in ambito cognitivo, comportamentale e sociale, dall altra abbiamo la vasta produzione psicodinamica.

Tutti questi approcci, nonostante la diversità dei metodi e degli assunti teorici, hanno un elemento comune: propongono teorie in cui l interazione tra fattori interni, come spinte pulsionali o elementi valutativi e decisionali, e fattori esterni, cioè situazionali o ambientali, assume un ruolo centrale per la spiegazione del problema. Gli etologi e gli antropologi abbracciano le teorie evoluzionistiche di Darwin 10, in base alle quali è possibile accostare lo studio del mondo animale a quello umano grazie alla presenza di antenati comuni, come è dimostrato da strutture cellulari e molecolari identiche e da strutture cerebrali affini, per quanto riguarda i mammiferi.

In questo senso, anche il comportamento sociale e individuale è soggetto alle leggi della selezione naturale e dell adattamento, che fanno prevalere le variazioni più favorevoli alla sopravvivenza e alla conservazione della specie: se ci sono comportamenti istintuali da lunga data, come l aggressività appunto, è perché si sono rivelati adattivi. L approccio etologico, infatti, attribuisce all aggressività una funzione di difesa, di procacciamento del cibo, di conquista e protezione del territorio, di mantenimento e acquisizione del rango all interno del gruppo, di ricerca del partner, di selezione dei soggetti più forti.

Sotto questo punto di vista, l aggressività è un istinto utile alla sopravvivenza della specie e dell individuo 11. Gli autori che appartengono a questo approccio, domandandosi quali siano le origini e le cause dell aggressività, propongono una gamma di risposte, anche se modulate entro i diversi metodi e paradigmi, analoghe a quelle che possiamo riscontrare nei seguenti approcci comportamentisti e psicodinamici.

Infatti, il prevalente innatismo nella spiegazione del comportamento non toglie che tra gli etologi e gli antropologi vi sia chi insiste sulle circostanze ambientali, quanto alla genesi dell aggressività, e sulle componenti reattive, quanto al suo innesco, fino a negare che vi sia propriamente un istinto aggressivo che presiede ad ogni fenomeno di aggressione 12. Lorenz 1976 13, sostiene che gli istinti, intesi come impulsi e schemi di comportamento ereditari e non appresi, sono in grado di scatenarsi anche in assenza di stimoli esterni, in seguito ad un accumulo di energia che scatena la reazione.

Interessante è la distinzione, proposta dall autore, tra l aggressività del predatore, che assale individui di altre specie aggressività interspecifica, e quella tra individui della stessa specie aggressività intraspecifica. All aggressività intraspecifica 11 G. Lorenz, 1976, L aggressività, Milano: Il Saggiatore 15 appartiene tipicamente quella per l accoppiamento e quella per la gerarchia del branco, mentre quella interspecifica si manifesta nelle varie forme di attacco e difesa.

Nella tradizione etologica, dove domina storicamente la figura di Lorenz, risulta prevalente l idea di una origine istintiva dell aggressività negli animali e nell uomo, alla quale si collegherebbe l idea di un suo necessario esercizio o di una sua scarica. Ardrey 1961, 1966 14, a proposito, ritiene che l uomo sia dominato da immutati e incoercibili istinti come quelli dei nostri antenati scimmieschi: l aggressività nella forma di cruda aggressione intraspecifica assassinio è connaturata nell uomo, in quanto geneticamente ereditata da ominidi che si sono evoluti proprio grazie alla loro attitudine all uso delle armi per l aggressione predatoria.

L inquietante conseguenza è quella in base alla quale l aggressività bellicosa non va tenuta a bada per garantire la specie umana, ma anzi, è necessaria al suo sviluppo.

Eibl-Eibesfeltd 1979 15, in accordo con le tesi di Lorenz, distingue l istinto dal semplice impulso o spinta. L impulso è un meccanismo motivante, che spinge dall interno dell organismo e richiede un azione risolutiva. L istinto appare invece un programma o un modulo comportamentale a disposizione dell individuo che, una volta innescatesi in certe condizioni scatenanti, prevede sequenze d azione prefissate, è preformato, nel senso che fin dalla prima esecuzione si manifesta nella sua forma completa e definitiva.

Infine, l esecuzione è piuttosto rigida, stereotipata, piegandosi scarsamente alla variazione delle circostanze ambientali. Con queste caratteristiche l istinto è sicuramente innato, ereditato e selezionato dall evoluzione.


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